Lettori fissi

giovedì 1 gennaio 2026

Sto cercando l'ispirazione.

Sto cercando, disperatamente, l'ispirazione per creare dei personaggi che non parlino con le mie parole, che non si muovano con i miei gesti, che non vivano dei miei respiri, altrimenti, la soluzione è già pronta, la finestra è alla mia portata, non ci vuole molto ad affacciarsi un po’ troppo intensamente, a sporgersi pericolosamente, una distrazione è ammessa in ogni occasione, non si può tenere tutto sotto controllo, anche il migliore attore può scivolare su una buccia di banana, anche l'acrobata più attento può distrarsi, per un rumore, per un accecante bagliore proveniente dal riflesso di uno specchio in mano a un ragazzino, che si diverte a giocare proiettando l’immagine del sole dappertutto, ignaro dei rischi e dei pericoli che può provocare, e a nulla può servire concentrarsi, il male si insinua dappertutto, nelle fessure delle assurdità, vissute giorno dopo giorno, si intrufola subdolamente come niente nei pensieri della gente, e anch’io ci stavo cascando, senza più una guida, che cercavo disperatamente, ancora una volta disperatamente, dappertutto, e me ne fregavo del mondo che mi girava attorno, mi disinteressavo completamente, non aveva senso nemmeno il camaleonte che mi spiava, ormai bloccato, quasi uno stoccafisso, sono anni che se ne sta nella stessa posizione, non capisco come riesca a non annoiarsi, a non sentire la necessità di sgranchirsi le gambe, o la coda o la lingua, sono lontani i tempi in cui mi divertivo a osservarlo, immaginando di sorprenderlo nell’attimo esatto in cui tirava fuori la lingua, proiettandola lontano, in un vuoto che non capivo, eppure dopo un attimo lo vedevo soddisfatto come se stesse masticando, aveva afferrato una zanzara al volo, o una farfalla mimetizzata tra i petali di un fiore, di quelli ancora freschi, comprati da poco, che di tanto in tanto ancora regalavo a mia moglie, non in un’occasione particolare, così, a sorpresa, senza un motivo ben preciso, non aspettavo la ricorrenza, come avveniva invece negli ultimi tempi, fino a quando cioè sentivo ancora un minimo di piacere a regalarle qualcosa, dei fiori, un piccolo pensiero, adesso tutto è finito, nemmeno l’idea mi passa più per la mente, non festeggio nessun evento, e non solo perché non ci sono date precise nella nostra storia, tutto è successo così vagamente che non saprei dire nemmeno a quando risale il nostro primo bacio, non saprei dire nemmeno quando ci siamo amati per la prima volta, non deve essere stato un grande evento, almeno per me, non ricordo nemmeno quando l’ho conosciuta, le prime volte non hanno alcuna importanza per me, non l’hanno mai avuta, ma nemmeno le seconde o quelle che sono venute dopo, è stata una successione di episodi che mi ha portato alla situazione in cui mi trovo oggi, senza che me ne sia accorto, senza capire come, ed è per questo che non ho nulla da ricordare, niente da festeggiare, nessun anniversario, solo il ricordo di quando passavo i giorni seduto sul divano a cercare di sorprendere quel maledetto camaleonte che, non so perché, mi ostinavo ancora a tenere in casa, non mi dava più nulla ormai, solo fastidio, era causa di cattivi odori, perché chi si sognava di pulirlo, o di disinfettare l’ambiente in cui si muoveva, l’umidità che riempiva la stanza ormai assumeva tutti i colori che la stessa bestia era capace di esprimere, e sapevo distinguere i suoi umori e le sue sensazioni dagli odori o dai colori, e però, non sapevo cosa farmene di tali competenze, non era di questo che avevo bisogno, non ciò che mi serviva, quello che cercavo non erano in grado di darmelo né quella bestia, né il ricordo di mia moglie, né queste righe che cercavo di far crescere, come un nutrimento vitale di cui non potevo fare a meno, e però erano solo cibi avariati quelli che riuscivo a produrre e a recuperare, dopo notti in bianco, aspettando l’ispirazione, aspettando il momento giusto che non veniva, non voleva venire, e cosa potevo fare?

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venerdì 26 dicembre 2025

Le parole dell'illusione

Detesto l'intreccio
Trovo disgustosa la letteratura che ostenta un plot annodato. 
Se provo a inserire una cosa del genere nei miei racconti, 
ne ho spavento e lascio morire il tutto.
(P. Handke)

Il nulla presuppone il vuoto. Due concetti che vanno di pari passo. Non riuscirei a scinderli. Se penso a uno mi viene in mente l’altro. C’è qualche teoria che può smentire questo assunto? 
Ancora una volta alle prese con questo autore. Non so bene, a dire il vero, perché continuo a leggerlo. Cerco, impresa ardua, una storia tra le pagine dei suoi romanzi. Non perché sia interessato alle storie, ma quasi per una sfida. Vince sempre lui, perché difficilmente riesco a trovarne, o forse ci sono e non sono in grado di individuarle. Ci sono molte descrizioni, questo sì, certi suoi libri sono fatti solo di dettagli, di analisi minuziose dei paesaggi, particolari che solitamente appaiono privi di significato. Non per questo autore. 
Al principio era il nulla. Più tardi i pensieri hanno cominciato a far sentire la loro influenza. E con essi i ricordi. Di qualcosa prima del principio. Solo che non sapevo che quello non fosse il principio. Tutto si è rivelato successivamente. Non saprei dire a quando risale il principio. Il mio primo principio.  
Le storie sono molto lente, per consentire al narratore l’osservazione attenta e scrupolosa dello scenario. Non ci sono scatti, tutto procede con una lentezza a volte esasperante. Chi ha fretta metta da parte i suoi libri, anzi, non li compri proprio. La lettura è meditazione, per questo autore, un esercizio di estrema pazienza.  
Il vuoto è inutilità, anche? E il nulla? Ecco un altro concetto da approfondire. Ne avrò per un bel po’. Potrei non finire mai, mai chiudere la partita, mai la parola definitiva. È un mestiere difficile quello dello scrittore. Sembra di avere tutto a portata di mano, ma è solo finzione. O forse illusione. 
Le parole dell’illusione, ecco cosa vado cercando. Non mi ero reso conto nei miei sforzi quotidiani, che avevano la loro origine in momenti lontani. Cose di cui non ho ricordo, tanto erano lontani. E quelle parole, di chi erano? Poteva essere chiunque ad averle pronunciate. Alla sera arrivo con la testa pesante. Nel finto silenzio si carica di contorni, o dintorni, di cui non so distinguere la provenienza. Diventa una testa oppressa. Le voci si sovrappongono, formano un caos compatto. Lì dentro cerco di resistere. Questa storia può avere diverse parole. Spetta a me scegliere quelle giuste. Ma c’è un modo giusto per raccontare una storia? Il dubbio è legittimo. Io ho il mio punto di vista. Fin quando ho il dominio sulle parole, fin quando ho il dominio delle parole, o il potere, fin quando riuscirò a scrivere, e la mente non travisa, fin quando la testa mi accompagna, fin quando ho le idee chiare, o forse no, meglio non averle chiare, meglio lasciarsi dei margini di approssimazione, o di miglioramento, ma possono mai migliorare le parole? Non è una malattia, da cui si può guarire, fin quando ce la farò a vivere così, a parlare a vuoto, come a vuoto, quasi a vuoto, perché qualcosa mi sembra che possa fare, non chiaramente, ma è un primo passo, non so quanto lunga potrà essere la strada, fin quando riuscirò a leggere, a capire quello che leggo, ma non è detto, forse solo illusione, ecco di nuovo questa sensazione infelice, riuscirò a disfarmene un giorno? Tutto questo potrei raccontarlo a qualcuno, una confessione, una seduta terapeutica, la lettura dell’anima, dell’interno, mi accontenterei di saper leggere i miei pensieri, o al limite anche la mano, come fosse un gioco. 
Qualcuno deve averne già parlato. Non dovrei perdere tempo. Ma non è un perdere tempo. Non so chiarire questo concetto, non so esprimerlo con parole comprensibili. È per questo che mi sforzo ogni giorno di scrivere. La speranza è non dico una risposta chiara ma almeno qualcosa che vi si avvicini. Una gratificazione, anche piccola, di tanto in tanto. Da cosa potrebbe arrivare? Sto raccogliendo materiale. Si accumulano pensieri che annoto fiducioso, con pazienza. Quando arriverà il momento, non so però come farò a capirlo, forse un allarme scatterà dentro me. Un tic incontrollabile, uno sfiato incontenibile, quando irrefrenabile si paleserà un sintomo, quando non riuscirò più a leggere, quando questa fila infinita finalmente finirà, quando l’esaurimento si esaurirà, quando non ce la farò più ad aspettare, non so cosa, però, ma ho buoni motivi per credere che in qualche modo me ne renderò conto, quando il cerchio si chiuderà, come spesso avviene, qualcosa che mi avvolgerà, come una cappa, o qualcosa che mi proteggerà, sarebbe preferibile, ma è di incertezze che è fatto il mondo, vado avanti senza una guida, salvo le parole che incontro, ovunque, e cosa resterà di me? In quel mondo c’è di tutto, cioè, non manca niente, assolutamente niente. Non è una protezione, per me. È un perdermi, senza confini. Certo, potrei provare a ritrovarmi in qualche pagina, un breve accenno ai miei dolori, i buchi in testa, i vermi dentro, il vuoto, ancora una volta il vuoto, ma quello come faccio a nasconderlo? C’è, è visibile, non si può simulare, e non è nemmeno il peggiore dei mali, ci sono gli anni che restano, è ciò che mi preoccupa, ogni giorno di più, non che ci pensi sempre ma è che mi si avventano contro e non so come affrontarli, se pure c’è un modo. Farei bene a non pensarci affatto, invece. Quei giorni, quegli anni, cosa me ne importa? Così. Come se niente fosse. E invece, sempre a cercare un motivo. 
La cappa si restringe sempre più. Il prurito si impossessa del corpo. Le parole non bastano. Come uscirne? Lo sfiato dall’ano non arriva a liberarmi da tutti i mali. Servono rimedi più efficaci. 
Questo inverno, questo mese, dicembre, l’attesa della fine dell’anno, dell’arrivo del nuovo, sono fasi vissute tante volte, ormai. Allo stesso modo. Non potrei dire niente di nuovo. Non è da qui che dovrei partire. Uno scenario disincantato potrebbe bastare? Se solo avessi un riferimento preciso! Un luogo dove vivere, ecco. Tolto il superfluo. Ci sono giorni in cui tutto appare superfluo. Sarà adeguato questo termine? A cosa? A rappresentare la situazione. Ma qualsiasi situazione non è altro che semplice invenzione. O anche non semplice, non è questo il punto. Però dire dicembre è già un buon punto di partenza. Non importa che non si scorga ancora la destinazione finale. Ho mosso i primi passi, mi sento come uno che si è avviato lungo un percorso. Non chiedetemi dove sono diretto, potrebbero sorgere in me dei problemi, correrei il rischio di bloccarmi, ogni possibilità di ripartenza definitivamente compromessa. Non voglio sentire voci, nessun consiglio. Sono un viaggiatore che ama sognare. Certo non è facile sottrarsi a questa volta che avvolge. O era una cappa? L’introduzione di un nuovo concetto mi inibisce il proseguimento. Stavo così bene prima. 
La pelle del corpo si sfalda. Il corpo, cioè. Il freddo di questo dicembre non preserva. Sto provando a coinvolgere il tempo in questa impresa. Dovrà pur scorrere in qualche modo. Dovrà arrivare l’anno nuovo, carico di prospettive. E se non ci sono vado avanti lo stesso, se pure è proseguire questa vergognosa fissità. Come potrei qualificarla altrimenti? 
Mi chiedo a chi mi rivolgo nei sogni, ma anche adesso, a chi sto parlando? Non mi piace riferirmi al soggetto che scrive, vorrei affrancarmi almeno quando dormo, ma anche da sveglio. Sembra che abbia in mente solo un pensiero, e forse è anche così. Ma se comincio ad andare qualcosa potrebbe nascere. Un noioso epistolario tra me e me stesso. Se avrò tempo mi piacerebbe leggerlo. Intanto scrivo. 
Il cielo si è fatto scuro, come se prima fosse una giornata piena di luce. Sì, doveva esserci il sole, un sole di dicembre. Cercavo il dio del sole. Gli avrei chiesto di splendere più forte, di caricare le giornate di più luce, renderle luminose, per poter tenere gli occhi aperti più a lungo. Non che fossi stanco di dormire, e di sognare, ma è grazie all’intreccio tra il chiaro e il buio che riesco a vivere meglio e trovare le parole più adatte. Adatte a cosa? A raccogliere gli elementi per descrivere un’esperienza avvolgente, di cui ho sempre più bisogno, e coinvolgente anche.  
Drizzo le antenne, si dice così, per avvertire i sibili, il rumore del tempo, cercando di distinguere e isolare note che possano servirmi. Affino anche l’olfatto. Mi sto esercitando da un po’, senza darlo a vedere. Preferisco stare sulle mie, non svelarmi, solo così potrò avere qualche speranza di afferrare il vero, o qualcosa di molto simile, perché non è che sia importante cogliere la verità nell’osservazione, o nella percezione. Ci vuole qualcosa che mi dia una scossa. Che mi svegli e che mi tenga sveglio, anche quando sogno. Oggi, ad esempio, ho incontrato la dottoressa Ribbegnini, lavora presso l’organizzazione mondiale del commercio, ma non è che sappia cosa farmene di questa conoscenza. È una signora di una certa età, ma mi sfugge il senso della sua presenza nei miei sogni. Potrei tranquillamente farne a meno. Ho vissuto anni, decenni, senza sapere della sua esistenza, anche se, comunque, non è che siano stati anni, decenni, felici, o interessanti. Con lei non sarebbe cambiato molto. 
L’inverno è un letargo continuo. Non so se augurarmi una lunga durata. Perché ci sono momenti in cui sogno uno stacco, un distacco, un isolamento senza tregua. Non dura molto questo desiderio e probabilmente è il frutto di disaffezioni momentanee alla vita. Poi mi riprendo. Ma è in quei frangenti che più riesco a trovare l’ispirazione, come quando mi lascio trasportare dalle prime ondate di sonno, non solo di notte. Convivono in me due o più mondi. Nel tentativo di posizionarmi ricavo la spinta necessaria per seguitare, per seguire una traccia, inizialmente confusa ma che va schiarendosi a misura che mi assopisco e come niente mi ritrovo in un sonno profondo, ma la storia prosegue anche in quei paraggi. Al risveglio distillo poche frasi ma sufficienti a riportare l’autostima a una soglia accettabile. Solo che dura poco. Ma è già qualcosa.  
Se penso che potrei raccontare la vita come una lunga camminata sarei ancora ai primi vagiti. Seguendo il ritmo di questa lettura, cioè. Ogni anno un romanzo, o un diario. Oppure no, ogni mese, ogni giorno, ogni momento. E chi sarebbe interessato a seguire le mie divagazioni? Ma non devono interessarmi gli interessi altrui, mi dico di continuo, come per giustificare un’incapacità a far incuriosire il mondo alle mie vicissitudini, più o meno interessanti.
Rinuncerei subito, se pure fossi già in grado di scrivere, per palese inadeguatezza a rappresentare non dico il mondo, per me ancora da scoprire, ma anche soltanto una specola da cui poter osservare la zolla di terra su cui poggiavo i piedi, nemmeno un metro quadrato, se può servire a dare un calcolo approssimativo della base d’appoggio del gattonamento. A cosa, poi? A calcolare piuttosto il vapore che da lì emanava, nelle mattinate invernali, tutt’al più. 
Tutto è lecito in questo mondo, mi dissi, facendomi forte del mio ruolo di creatore, ancorché poco prolifico, oltre che di creatura che però non riconosce una divinità soprannaturale. Ma questo forse si era capito, e non c’era bisogno di sottolinearlo. Ma tutto fa, non intendo affatto tornare sui mie passi.  
Quest'uomo è capace di vedere tutto, anche dove non c'è niente, o poco. Mi ricordai di Veronica. Non saprei dire perché. Potrei indagare, ma ormai era con me. L'avevo invitata a trascorrere alcuni giorni a casa mia, dopo la morte di mia moglie. Non subito, però. Lasciai passare qualche settimana, alcuni mesi. Quando mi sembrò il momento giusto la chiamai. Accettò senza indugi. Non me l'aspettavo, se devo essere sincero. La ospitai con l'intento di farci compagnia a vicenda. È brutto morire di solitudine. 
Non posso darti altro che un posto dove dormire, il mio avviso, quando sembrò disposta a raggiungermi. Non volevo suscitare in lei illusioni a cui non avrei potuto o saputo dare un seguito, o un credito. Però, ti puoi fidare di me, fu la conclusione della presentazione. Non so come la prese. 
Quest'uomo non ha bisogno di cadere da cavallo. Ha cellule, molecole, atomi, neutrini infissi negli occhi. È dappertutto e in ogni tempo. Anch'egli si fa guidare da Virgilio. Divinità non rende.
Non so che farmene di Veronica. Quanto a lei, si appropriasse pure della mia casa. Ormai sto per finire. Non ho interesse in niente, più. Salvo ripensamenti dell'ultima ora, ma in tal caso non avrei problemi a ritornare, e lei, lo so, col suo spirito misericordioso e caritatevole, mi accoglierebbe come il figliol prodigo.
 

mercoledì 24 dicembre 2025

Uno bravo

Se ci fosse uno bravo, più bravo di me, non che ci voglia molto, se ci fosse avrei già fatto, risolto ogni problema. C'è. Lo devo trovare. C'è gente che è esperta in tutto. E per ogni problema c'è sempre qualcuno in grado di risolverlo. È di questa gente che devo circondarmi. Dovrò farmi più amici tra questa schiera. Osservo senza intervenire.
In tutto questo mondo qual è il mio ruolo? Il mio compito? Solo osservare, o c'è dell'altro? Intanto prendo nota di ciò che mi circonda. Mi lascerò guidare dagli eventi.
La storia c'era tutta. Dovevo solo svilupparla. Non doveva essere un lavoro complicato. Girare tra i banchi del mercato, dove trovare di meglio? Afferravo un brano di discorso e lo facevo mio, lo piegavo ai miei scopi. Anche l'occhio vuole la sua parte. Non l'ho mica inventato io questo detto. Chi l'ha pensato doveva avere le sue buone ragioni per farlo. Ma sono detti che risalgono all'origine dei tempi. E adesso me lo ripetevo, perché suonava bene, ed erano gli occhi, benché supportati dagli occhiali, che mi avevano fatto notare quella tipa. Doveva venire da qualche paese dell'America del Sud, i tratti erano quelli, intenta a osservare un indumento intimo, che girava e rigirava tra le mani come per immaginare come poteva starle addosso. Era una canottiera bianca, con dei ricami nella parte superiore, che favorivano una trasparenza evidente, funzionale a far intravedere a un eventuale osservatore il reggiseno sottostante. Mi aspettavo che mi chiedesse un parere, era visibilmente indecisa se acquistare il capo, mi ero avvicinato di proposito, perché era evidente che aveva bisogno di un consiglio, si vedeva da come volgeva la testa a destra e a manca senza essere in grado di prendere una decisione, di fare una scelta. Per questo genere di indumenti non era previsto il cambio. Una volta comprato non potevi restituirlo e prendere qualcos'altro se non ti stava, o se cambiavi idea. L'avviso era ben visibile, scritto a caratteri cubitali su un cartello che non lasciava dubbi. Forse era questo che tratteneva l'india da un acquisto affrettato. Aveva bisogno di tempo, di valutare bene, per non commettere errori.
Ma non è solo di scene simili che mi servo. Prendo spunto anche dalle frasi che leggo nei libri. A volte da un romanzo non distillo che poche parole, che tuttavia reputo sufficienti a giustificare il prezzo pagato per l'acquisto. Mi accontento di poco, mi verrebbe da dire, e mi dispiace per lo scrittore che, chissà quanto ha impiegato a scrivere tutte quelle pagine per me praticamente inutili, o quanto meno inutilizzabili, inutilizzate, o sottoutilizzate. Ci sarà di certo qualcun altro che saprà apprezzarle, com'è giusto che sia.
Dei discorsi che intercetto per strada o delle frasi che reputo interessanti quando leggo non è che abbia idea immediata di come utilizzarli. Sono cose che arrivano quando meno ci penso. Registro tutto e a tempo debito si ripresentano come un conto da pagare, senza che riesca a capire o a ricordare quando avrei contratto il debito. Queste cose non hanno una spiegazione logica apparente. lo non sono in grado di trovarla e, a dire il vero, ci ho anche rinunciato, ormai,
Quando mi guardo allo specchio non devo rispondere a nessuno se non a quel tipo che mi sta di fronte e che mi fissa, e che io mi ostino a osservare, nel tentativo, o speranza, di trovare un perché ai tanti interrogativi che mi passano per la testa e che si vanno accumulando per ogni giorno che passa, senza avere idea di dove si depositino, in quale parte di me si accalchino, più o meno confusamente. Sono fatto di tutto questo? Anche di questo? E qual è il peso delle domande senza risposte? Quanto spazio occupano dentro il mio corpo? E quando sarà saturo completamente, sarà allora che arriverà la fine? Oppure in determinate circostanze, e a certe condizioni, evaporano come succede per il sudore, consentendo il ricambio? Nel dubbio, ho aperto un buco nel colmo della testa ormai pressoché calva. Un altro sfogo, un nuovo orifizio, un'ulteriore valvola di sfiato.
Non riesco a sostenere il peso dei ricordi, dei pensieri, delle parole. Sono fragili, non lo sapevo. Con gli anni si accumulano. Non mi aiuta parlare, né scrivere. Oppure non lo faccio a sufficienza. Il cuore è come soffocato. E poi, non evacuo abbastanza. È più quello che incamero di ciò che riesco a buttar fuori. No, non solo in quel che mangio, è che non riesco a trovare la giusta osmosi. È un problema di equilibrio, l'ho capito. O meglio, di mancanza di equilibrio.

sabato 15 novembre 2025

P O L P A

 


POLPA, romanzo di Flor Canosa, non si esaurisce nella prima lettura delle circa cento pagine che l’editore NEO ci propone nell’ottima traduzione di Giovanni Barone. A voler analizzare anche solo alcuni punti affrontati nel testo ci si potrebbe soffermare a lungo.

Questa non è una recensione. Quando leggo mi si intrecciano in testa ricordi di cose già lette in altri momenti, in altri romanzi. È il bello della letteratura. È successo così anche in questo caso. Tante cose del romanzo inevitabilmente restano indietro. Per me spesso il testo è soprattutto un pretesto, una scusa per ritornare su argomenti a me cari, già evidenziati nella lettura di altri libri.

Una cosa su cui mi piace soffermarmi fin da subito è il nome di un personaggio, Lunes, che è anche la voce narrante della seconda parte di POLPA. Per un autore argentino penso sia quasi inevitabile ritrovarsi, prima o poi, a fare i conti con Jorge Luis Borges, anche se, Irma, un altro personaggio di POLPA, tra parentesi, afferma che ‘nessuno sa se sia davvero esistito o sia una leggenda’.

Lunes, per il fatto che ‘soffre di una sindrome di incontinenza orale e ipermnesia’ non può non far pensare a Funes, personaggio di un racconto di Borges, condannato, in conseguenza di una caduta da cavallo, a ricordare tutti i dettagli di ciò che osserva, cosa che gli rende impossibile una vita normale.

Umberto Eco, profondo conoscitore dell’opera di Borges, affermava che la figura di Ireneo Funes è come la metafora del WEB.

Nel romanzo di Flor Canosa il RACK è una sorta di evoluzione semplificata del WEB. Nel RACK non c’è bisogno di lunghe ricerche, i concetti sono ordinati secondo idee semplici.

(RACK non dev’essere un nome scelto a caso. Tra l'altro è anche un acronimo, derivante dai termini inglesi Risk-Aware Consensual Kink, col quale si indica un insieme di pratiche sessuali, con relativi rischi, accettati consensualmente dai partecipanti. E pratiche sessuali, non propriamente ortodosse, in questo romanzo di certo non mancano).

Il RACK è uno dei meccanismi di controllo che il sistema mette in atto per soggiogare le masse. In questo senso POLPA può essere considerato anche come una riflessione sul potere e sul controllo da esso esercitato.

Nella letteratura ispanoamericana tante opere affrontano questo tema, attraverso la critica ai molti dittatori che si sono succeduti al potere in vari stati. Tra gli esempi più noti segnalo Il Signor Presidente, di Asturias, e L’autunno del Patriarca, di Márquez, ma numerosi esempi si possono rinvenire in tanti altri romanzi e racconti ambientati in America Centrale e Meridionale.

Anche POLPA, diviso in tre parti, un po’ letteratura, un po’ filosofia, oltre che rientrare in un genere prossimo alla distopia, può inserirsi nel filone della letteratura che tratta il tema del controllo da parte di un potere e del tentativo da parte dei sudditi di affrancarsi da esso attraverso vari metodi.

Nel mondo costruito del futuro c’è incapacità di provare emozioni, c’è mancanza di empatia, il dolore è proibito per imposizione. Ecco quindi che, come reazione individuale a queste restrizioni, i due personaggi principali, Lunes e Irma, fanno di tutto per procurarsi piacere e dolore allo stesso tempo, con pratiche sessuali di sadomasochismo spinto all’estremo.

L’uso di immagini pornografiche, il linguaggio a volte anch’esso violento, sembrano espedienti narrativi funzionali a definire il livello di violenza perpetrata dal potere. Precedenti del genere si possono rinvenire nei lavori degli argentini Osvaldo Lamborghini e, più recentemente, di Ariel Luppino e, per altri versi e in altre forme, anche in Alberto Laiseca. Ciò che rende anche più interessante il romanzo della Canosa è il fatto che in questo caso il racconto proviene da una voce femminile.

Nell’ultima parte di POLPA, come una sorte di epigrafe, è riportata una frase di Michel Foucault. E non poteva essere diversamente, dal momento che il filosofo francese ha analizzato e studiato a fondo il concetto di controllo, come sistema di potere e soggiogamento che determina i comportamenti individuali per mezzo di dispositivi di sorveglianza, una sorta di panopticon, che nel caso del romanzo della Canosa può essere individuato nel RACK.

Un’ultima considerazione è riservata al traduttore, Giovanni Barone, che ha saputo rendere ottimamente un testo che di certo presentava non poche difficolta nella scelta dei termini da rendere in italiano, soprattutto nelle tante scene dove vengono descritti i rapporti sodomasochistici tra i due personaggi.

Ma, ormai, il suo nome, quanto alle traduzioni di autori ispanoamericani in generale e argentini in particolare, è garanzia di qualità.

Buona lettura con Flor Canosa - POLPA - NEO Edizioni. Trad. Giovanni Barone.

giovedì 9 ottobre 2025

Tango a Porto



Tango a Porto è una storia di ricordi, ma anche un sogno. Le due cose non sono incompatibili, né devono apparire contraddittorie.

Tutto si svolge in un'atmosfera onirica. C'è poca chiarezza quanto alla cronologia degli eventi narrati e allo svolgimento dei fatti.

Un professore universitario, appassionato di lettura e amante della scrittura, ormai in là con gli anni, ripensa alla vita trascorsa, rievoca episodi che l'hanno caratterizzata e in qualche modo determinata.

Il passato si insinua di continuo nel presente senza preavviso. I ricordi si ripresentano senza un ordine preciso, sovrapponendosi e accavallandosi cosicché non sempre è facile cogliere con esattezza i riferimenti temporali.

Ci sono tre donne che occupano la mente del protagonista, che è anche l'io narrante. La moglie, negli ultimi anni alle prese con seri problemi di salute. La figlia, che non è mai venuta alla luce ma che è sempre presente. Sofia, una donna che ha conosciuto a Porto, una volta in cui era stato invitato a un convegno in quanto esperto di letteratura portoghese.

In quell'occasione aveva scelto di presentare una tesi su António Lobo Antunes e in particolare sul romanzo A morte de Carlos Gardel (1994).

Nasce cosi, per l'anima 'scrivente' del protagonista, la necessità di trasformare questi soggetti nei personaggi che animeranno le pagine del romanzo che intende scrivere. A volte i personaggi si muovono e agiscono per le strade di Porto, una città che appare in filigrana, senza mai venire nettamente in superficie. Più spesso le azioni si svolgono nella mente del narratore, come è naturale che avvenga quando a prevalere sono i ricordi o i sogni.

La narrazione comincia col tempo presente, in un'atmosfera sospesa, come di attesa, di immobilità, quasi a voler evocare la mancanza di stimoli e quindi di capacità di immaginare. Una mancanza di motivazione ad agire, anche.

Il protagonista ama scrivere e, dopo alcune prove fallimentari di produrre un romanzo, intende rivolgere tutti gli sforzi nel tentativo di raccontarsi apertamente. A tale scopo cerca aiuto nella lettura del romanzo di Lobo Antunes, per trovare l'ispirazione necessaria, anche imitando lo stile dell'autore portoghese. Tutto però rimane confuso, alquanto vago, per niente chiaro.

Questo romanzo è un omaggio alla scrittura e alla sua funzione di fissare dei momenti che altrimenti rischierebbero di scomparire per sempre.

Allo stesso tempo è anche un atto d'amore nei confronti dello stile e del modo di scrivere di António Lobo Antunes.

Antonio Danise - Tango a Porto - Edizioni Qed

mercoledì 27 agosto 2025

Una sola luce blu

 

Una sola luce blu di Sara Cerri è un romanzo scritto sotto forma di lunga lettera che una madre, Gloria, scrive alla figlia, Eva, con l’intento di raccontarle otto anni della sua vita, che non sono, però, solo otto e non sono solo della sua vita perché, il racconto abbraccia inevitabilmente anche gli anni precedenti al 2008, anno in cui comincia questa sorta di diario, e coinvolge anche altre persone, oltre alla mamma e alla figlia.

Leggendo Una sola luce blu ho scoperto con una certa sorpresa che tra quelle pagine ci sono anch’io.

Non sto esagerando. Credetemi, perché sono tante le storie che Cerri ci presenta in questo romanzo. E quando lo leggerete vi troverete senz’altro qualcosa che ha a che fare con la vostra vita, così come è successo anche a me. 

La buona letteratura è questo che fa. Propone qualcosa in cui ciascuno, in modo diverso, può ritrovarsi, partendo dal proprio vissuto. Con la speranza di riuscire ad affrontare, con un strumento in più, quel senso di inquietudine esistenziale che può accadere di dover affrontare. 

In questi casi avere a disposizione un libro come Una sola luce blu aiuta a elaborare un dolore, un dispiacere, una sofferenza e, auspicabilmente, a superarli.

Sara Cerri - Una sola luce blu - CTL Editore

lunedì 25 agosto 2025

NESSUNO di Pako Malara

 


Nessuno, di Pako Malara, è un romanzo costruito partendo da alcune parole chiavi: silenzio, vuoto, buio, assenza, rimorso per qualcosa di non fatto, non dato, non detto, rimpianto, specchio, resistenza, rinascita.

Punti fissi che ricorrono e ritornano, come a disegnare una mappa, per non smarrirsi, per non perdere la strada, per risalire da certi abissi in cui spesso si rischia di precipitare.

Ecco un esempio di dialogo fra due personaggi, un passaggio significativo del testo:

 

«La vita non è un film. Non è un libro. La vita …»

«… fa male», lo interruppe.

«Fa schifo. Ti svuota. Ti massacra. Lo so. Ma forse è proprio per questo che vale la pena di provarci. Per dimostrare che non ci ha distrutto del tutto.»

 

La vita è uno sprofondare, a volte necessario, in un abisso, per poter poi risalire lentamente. È speranza di rinascita.

Ho letto con molta curiosità il romanzo di Pako Malara, dal titolo significativo nonché evocativo: Nessuno.

La storia, nonostante le oltre 300 pagine del libro, è presto detta.

Ma no, non la dico, non è quello che conta, o non solo.

Bisogna leggerlo questo romanzo, pagina dopo pagina. Essere risucchiato dagli eventi. Vivere il dolore che vibra tra le righe, e venirne fuori.

In queste pagine c’è un’attenzione analitica, a tratti persino morbosa, a ogni particolare descritto. Niente viene lasciato al caso. Eppure si tratta di una storia che si potrebbe definire smilza, ancorché densa e importante.

Una delle cose che colpiscono in questo lavoro è l’attenzione quasi maniacale per ogni dettaglio, la perfezione delle descrizioni, che dipingono un quadro che dà precisamente l’idea di quel che accade.

E nonostante questo si ha, allo stesso tempo, l’impressione, la sensazione che non sia stato detto tutto, che ci sia molto altro ancora tra le righe, dei vuoti che ogni lettore potrà colmare a piacimento, perché dalle parole del testo possono nascere e scaturire mille altre storie, se solo si presta attenzione al non detto, al non espresso.

Una scrittura intensa, profonda, densa. Un lavoro di ricerca della parola, non una banale o scontata. Quella giusta, l’unica adatta a definire il concetto espresso, i sentimenti evocati e suscitati.

Una prova di maturità letteraria all’esordio di questo giovane scrittore.

Conosco personalmente Pako Malara ma leggendo Nessuno ho fatto conoscenza con un'altra persona.

È il bello della buona scrittura.

Nessuno è un romanzo necessario, che andava scritto, perché: Nessuno può salvarti da un dolore che non racconti.

Pako Malara - NESSUNO